Giovan Battista Testa

GIOVANNI BATTISTA TESTA (1798-1882), UN ESULE POLITICO DEL 1821

Fu il più noto dei compromessi del 1821, coinvolto nei moti al punto di meritare la condanna capitale comminata dalla Regia Delegazione (sorta di Tribunale Speciale) con sentenza del 28 novembre 1821, dalla quale risulta che l’avvocato Testa, contumace, veniva condannato assieme all’altrettanto condannato in contumacia Vittorio Ferrero, presidente del corpo dei Federati di San Salvario, già capitano della Legione Reale Leggiera. Nell’atto di condanna del Testa, si recita la confisca dei suoi beni e la condanna alla pena di morte per mezzo della forca, da eseguirsi, essendo in contumacia, in effigie e nelle spese, dichiarandolo esposto alla pubblica vendetta come nemico della Patria e dello Stato. Il Testa fu condannato per la sollevazione di Alessandria del 18 marzo e non per gli scontri di Novara e Borgovercelli del 7 aprile, ritenuti un effetto necessario dei moti che sostanzialmente non accentuava le responsabilità dei compromessi. Anche se, a quasi sessant’anni di distanza, lo stesso Testa affermò che da Alessandria egli si sarebbe direttamente recato a casa, obbedendo alle sollecitazioni paterne. A questo cauto atteggiamento, il Testa aggiunge poi che egli non fu “mai ribelle né a parole, né coi fatti contro il nostro amato Vittorio Emanuele”; che non fu carbonaro, pur ammettendo subito dopo di aver appartenuto ad una società segreta, da cui si deduce la sua partecipazione alla cospirazione. Al contrario di questo tentativo di depenalizzazione, sarebbe stato bello vedere il Testa più fiero della sua coraggiosa impresa giovanile, che era andata nella direzione della storia. Certo, la prudenza fu suggerita dall’età in cui il Testa scrisse le sue Memorie, dal suo “ralliement”, avvicinamento, iniziatosi tra di lui e casa Savoia a partire dal 1854, dall’assimilazione della cultura inglese e soprattutto dal puritanesimo religioso. A testimoniare l’antica energia giovanile rimase il desiderio manifestato nel 1850, dopo che si era fatto anglicano, di vedere promossa una rivoluzione religiosa in Italia, una aspirazione molto velleitaria per la situazione storica italiana.

Il Consiglio di Città ebbe ad occuparsi di Giovanni Battista Testa, ovviamente non per ragioni politiche, già nel 1815, quando questi aveva 17 anni ed era ancora studente a Torino: lo valutò giovane studiosissimo che si era distinto nel corso degli studi nella facoltà di legge, al punto che il Comune, in considerazione delle sue qualità e della particolare situazione famigliare ritenne opportuno implorare adal Magistrato della Riforma degli Studi che fosse subito ammesso all’esame di licenza e così compiere più presto i suoi studi e senza pagamento dei consueti diritti. Lo stesso Consiglio di Città non lasciò, però, memoria del “grave infortunio” occorso al Testa nel 1821 e, così, su di lui , nelle carte ufficiali, scese l’oblio. Questo non significa, però, che in una determinata generazione di Trinesi non esistesse il ricordo della sorte toccata all’esule; certamente essa sussisteva fra quei Trinesi che, come lui, si erano lasciati invischiare nei burrascosi eventi della primavera del 1821, tanto più che il ’21 non fu neanche a Trino privo di conseguenze. Il silenzio ufficiale durò, comunque, fino alla metà del XIX secolo, precisamente al 1854 quando l’esule ritornò per breve tempo in Italia. In quell’occasione visitò la tomba del padre alla Robella, ma fu anche colpito dalla grave crisi che attraversava in quell’anno Trino. Crisi determinata da una grande tempesta scatenatasi il 16 agosto che provocò enormi danni alle campagne, sufficiente a sconvolgere la fragile economia locale e a produrre carestia e torbidi sociali, concorrendo al propagarsi di un’epidemia di colera nel settembre successivo, la quale nel corso dei cinquanta giorni in cui si protrasse colpì il 3,9% della popolazione, con 209 decessi (il 2,2% della popolazione). Avendo il municipio di Trino istituito un comitato di soccorso per gli indigenti, il Testa vi contribuì inviando dall’Inghilterra al Sindaco di Trino, tramite il fratello residente a Casale, la somma di lire 100. Il gesto sciolse, per così dire, il gelo e dalla voce del sindaco Borla si intuisce che l’esule era ricordato localmente. Poi scese nuovamente il silenzio ufficiale tra Doncaster e Trino, fino al 1876, quando il professor Giuseppe Pagliano, che era in contatto epistolare con l’esule, inviò al municipio una copia del “Discorso sopra l’istituzione del sabato”, scritto dal Testa al suo ritorno in Inghilterra nel 1854. In quell’occasione il sindaco ringraziò il Pagliano per il dono, affermando, nel contempo, che con l’operetta la Civica Amministrazione di Trino era venuta a conoscenza di un distintissimo suo concittadino all’estero che non sapeva di avere. Da ciò si comprende come a più di cinquant’anni dai moti, il cambio generazionale aveva obliterato il nome del Testa dalla memoria anche della classe dirigente. Ma, ora, l’avvocato esule non poteva più scendere nell’oblio, perché di lui se ne era fatto tenace promotore il prof. Pagliano, anche se come democratico, repubblicano e laico, era agli antipodi delle convinzioni politiche e religiose nelle quali militava l’ex enfant terrible del 1821, ormai perfettamente integrato nel sistema e nella chiesa inglesi.

Nonostante questa profonda diversità culturale, i due entrarono in corrispondenza, probabilmente a partire dal 1876. Il Pagliano divenne un assiduo biografo del Testa, per il quale, pur essendo discretamente documentato, è portato ad enfatizzare e pertanto attribuisce impropriamente al Testa la partecipazione ai noti fatti torinesi del teatro D’Angennes (11 gennaio 1821) ed inoltre, per rendere più rocambolesca la fuga dall’Italia, asserisce che l’esule abbia anche usato lo stratagemma di nascondersi in una botte. La biografia del Testa scritta dal Pagliano venne pubblicata su “Il Monferrato” di Casale, “L’Eco di Codogno”, “Il Progresso” di Piacenza, “Il Libero Operaio” e “L’Avanti”. Dalla biografia scritta su “Il Monferrato” trasse una monografia che donò al Comune di Trino, il quale la collocò in uno scomparto della Biblioteca Civica dedicato al Testa, ove già erano il “Discorso sopra l’istituzione del Sabato” e “La Storia della guerra di Federico I contro i Comuni di Lombardia”, donata quest’ultima dall’autore nel 1876. Non era poco perché ora si disponeva finalmente sul piano locale dei principali strumenti, note biografiche ed opere del personaggio Testa, che ne favorivano una conoscenza approfondita. Ciò potè giovare a perpetrare il ricordo dell’esule anche in assenza del suo principale promotore, il prof. Pagliano, trasferito a Mistretta, in provincia di Messina, dove rimarrà fino al 1894, e quindi impossibilitato a proseguire nella sua tenace azione di propaganda. Inoltre, a trattare diffusamente la vita del Testa, venne il lavoro del Sylos, “Giovanni Battista Testa. Un emigrato politico del Ventuno”, comparso dapprima sulla “Gazzetta Letteraria” di Torino (1892). Esso si rifà alcune volte alla corrispondenza Pagliano-Testa, ma non pare sollecitato dal Pagliano; è, piuttosto, da ipotizzare un intervento da parte dei parenti del Testa residenti a Casale, come fa presumere il fatto che il lavoro ripubblicato in estratto (1892) sarà donato dal nipote dell’esule soltanto nel 1908 alla Biblioteca Civica di Trino. Questo opuscolo sarà il mezzo primario con il quale si mantenne e si diffuse in Trino il mito del Testa fino ad oggi: infatti l’unico esemplare dell’operetta del Sylos passò per lungo volgere di anni e di generazioni di mano in mano ai frequentatori della Civica Biblioteca, ai quali la lettura veniva proposta dai vecchi bibliotecari solo dopo che la frequentazione si era fatta assidua, cosicchè aveva anche il senso di un riconoscimento di merito e di una assunzione nel ruolo degli “intellettuali”. La biografia scritta dal Sylos si rivela, poi, tanto più importante in quanto andò presto smarrita quella donata dal prof. Pagliano e gli storici locali del tempo (Giuseppe Martino Raviola, Costante Sincero) furono assai restii ad occuparsi del loro concittadino compromesso nei moti del ’21. Contemporaneamente alla pubblicazione dell’opuscolo del Sylos, subito dopo la morte del Testa (1821) si fece ricorso ad un toponimo che lo richiamasse alla memoria. Infatti, il Comune di Trino deliberò la posa di una lapide in suo onore sotto i portici del Civico Palazzo e l’intitolazione a suo nome di una via di Robella: però soltanto la seconda di queste decisioni fu messa in atto. Nel capoluogo, invece, al nome di Giovanni Battista Testa sarà dedicata, nel 1894, la piazzetta allora situata fra via Monte Grappa e corso Cavour. Fu certamente un’idea appropriata e l’esule del ’21 ebbe degna posizione. Ma era effimera. Infatti, la cosiddetta speculazione edilizia della fine degli anni ’50 del secolo scorso, sfruttando connivenze e silenzi colpevoli, pose le mani sulla piazzetta e incorporò l’area nel sedime di un condominio. Correva precisamente l’anno 1959 e l’avvocato Giovanni Battista Testa veniva “giustiziato” una seconda volta!

 

Fonte “TRINO NEGLI ANNI DEL RISORGIMENTO”  di Franco Crosio e Bruno Ferrarotti

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