Giovanni Crosio

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Figlio di Giovan Pietro e Veronica, battezzato nella parrocchia di Trino (Vercelli) il 3 apr. 1583 (meno probab. figlio di Pietro e di Caterina, battezzato il 1° ott. 1570), è, con quasi assoluta certezza, lo stesso "Giovanni Crosio di Trino" che. il 3 nov. e il 23 dic. 1607 (Claretta 1895, p. 58 nota), ricevette in Torino due mesate di compenso per lavori alla Grande Galleria di Carlo Emanuele I (la Galleria, tra l'attuale palazzo reale e palazzo. Madama, andò distrutta già nel corso del sec. XVII). Più tardi (1610) conosciamo un pagamento da parte della Confraternita dei SS. Apostoli di Trino per un quadro con S. Pietro (perduto) e un generico pagamento al C. da parte della Comunità trinese (24 giugno 1610). Il soggiorno nella città natale sembra prolungarsi per almeno sei anni dal momento che, nel 1616, "Iohannes Crosius filius quondam Petri" compare tra i convocati del Comune. Tre anni dopo incontriamo la sua prima opera sicura, una tela firmata "Iovannes Croesus fecit 1619", conservata nella chiesa di S. Giorgio a Chieri (Sacra famiglia e santi, con al centro in basso S. Giovanni evangelista).

Che l'opera sia stata eseguita a Chieri, e non trasportata da Trino, sembrerebbe confermato da un importante disegno, attribuibile al C. stesso, passato di recente a una vendita fiorentina come opera del Moncalvo (Sotheby Parke Bernet, Firenze 14 nov. 1978, n. 535, pp. 45 s,): il disegno raffigura Cristo spogliatoe deriso sulla viadel Calvario e reca la scritta, che si direbbe contemporanea, se non autografa, "1619 in Chieri a olio Gio. Cros. X [per?] il sig. Scipione". La pala di S. Giorgio a Chieri e il disegno datato 1619 denunziano caratteri paralleli a quelli di Guglielmo Caccia, detto il Moncalvo (un altro dei collaboratori alla Grande Galleria di Carlo Emanuele I), ma sono anche segnati da una personale caricatura delle fisionomie, da una più incisiva e sofisticata definizione dei contorni, da un chiaroscuro più corposo e contrastato.

Un documento trinese del 1622 indica il C. nuovamente in contatto con la Confraternita dei SS. Apostoli "per abbellire l'altare" e, nello stesso anno, cade l'esecuzione della grande pala con la Trinità e il martirio di s. Giovanni evangelista nel duomo di Chieri: è firmata "Die 22 maii 1622 Iohannes Crosius a Tridino" e, secondo un'antica tradizione, sarebbe stata commessa da S. Balbo Bertone. La tela del duomo di Chieri non è molto leggibile ma non sembra lontana stilisticamente dall'altra pala chierese del 1619. L'unica singolarità da rilevare è il paesaggio urbano che occupa tutta la zona inferiore della tela, animato da figurine di sorprendente vivacità manieristica. In base ai documenti pervenuti l'alternanza tra Chieri e Trino del C. continua negli anni successivi: un secondo disegno, verosimilmente del C., posto in vendita a Firenze (asta già citata, n. 539), porta la scritta "1624 fatto a Chieri in la canonica dietro il tabernacolo maggiore" e raffigura l'Assunta, tema che corrisponde al titolo del duomo chierese; più tardi, nel 1626, un documento trinese lo ricorda nuovamente al lavoro per la Confraternita dei SS. Apostoli. Nello stesso anno troviamo il C. in una nuova e importante sede di attività, Casale Monferrato, dove erano venuti a mancare, nel 1625, ambedue i maggiori esponenti della pittura locale: Guglielmo Caccia e Giorgio Alberini. In S. Domenico a Casale la grandissima tela con la Battaglia di Lepanto è firmata (a mezz'altezza sul lato sinistro) I. Cro. Tri. F. 1626.

 

L'impresa smisurata non è stilisticamente omogenea e comporta sicuramenteTintervento di aiuti, oltre ad aver subito ridipinture, già in antico, nel gruppo della Madonna, angeli e santi al centro in alto (risparmiate dal restauro del 1972 per la qualità non indifferente). Nelle zone in basso, accanto a figure indubbiamente riferibili al C., compaiono certi volti ovoidali e attoniti soliti a riconoscersi nelle opere tarde di Giorgio Alberini, tanto che è stato anche proposto di attribuire all'Alberini stesso l'intera tela (Romano, 1971, p. 60 n. 37). A restauro avvenuto. appare forse più logico pensare che, per una impresa casalese di quella importanza, fosse stato consultato inizialmente l'Alberini e, solo alla sua morte, sia subentrato il C..I quest'ultimo potrebbe essersi valso come aiuto di Pietro Paolo Buffa, allievo e collaboratore dell'Alberini stesso almeno dal 1612. La notevole vicinanza tra il C., l'Alberini e il Moncalvo è documentata anche dalla pala con la Madonna e santi della confraternita di San Michele a Montemagno (disegno preparatorio agli Uffizi, già creduto del Moncalvo, ma più probabilmente del C.: L'immagine di San Francesco nella Controriforma, catal., Roma 1982, p. 73, scheda 2).

Dal 21 ag. 1627 al 31 luglio 1638 il C. è esclusivamente documentato a Trino per lavori ai SS. Apostoli (21 ag. 1627, accomoda la pala di S. Rocco, ora irreperibile), per lavori imprecisati (6 sett. 1633), e per presenze in atti notarili non relativi alla sua professione (1637 e 31 luglio 1638). Fu eseguita in questo arco di tempo una notevole pala col Battesimo di Cristo e i ss. Giovanni evangelista (a sinistra), Giuseppe e Francesco (a destra) passata negli anni Settanta sul mercato antiquario milanese: era firmata "Io. Crosius F. 1631 Xemb ..." (foto Perotti, Milano). Al di là del 31 luglio 1638 si perdono le tracce del C. fino al marzo 1654, quando è documentato l'arrivo da Chieri a Trino di una Assunta per la chiesa di S. Bartolomeo del "fu Sig.r Giovanni Crosio pittore da Trino"; sembra logico concludere che il C. fosse morto poco prima in Chieri. Resta sorprendente il fatto che l'Assunta trinese (per la verità una Immacolata Concezione) mostri ben scarsi segni di evoluzione stilistica rispetto alle opere di oltre venti anni più antiche (la lettura è resa insicura dalla cattiva conservazione).

A questa traccia biografica accertata si possono aggiungere alcune integrazioni appoggiate a opere tradizionalmente attribuite al C. o ad altri dipinti plausibilmente suoi per confronti stilistici. Già l'Irico (1745) gli aveva attribuito l'elegante pala della chiesa di S. Michele a Trino (S. Michele che abbatte Satana) e l'attribuzione può essere accettata solo collocando la pala stessa all'inizio dalla carriera del pittore, intorno all'anno 1600, in probabile dipendenza da Antonino Parentani, come lo conosciamo a Torino (duomo), a Chiusa Pesio (Certosa) e a Gassino (Confraternita dello Spirito Santo). Prossima al S. Michele di Trino è una teletta col Santo Sudario in S. Domenico a Chieri (parallela alle opere di analogo soggetto di Gir. Dalla Rovere). Poco più tardi il C. deve aver definito meglio la sua cultura figurativa con un'ulteriore esperienza tardomanieristica che oggi è ricostruibile solo in via ipotetica attraverso alcune opere variamente disperse in chiese piemontesi. Le più significative sono la Morte della Vergine nel convento della Visitazione ad Arona, l'Adorazione dei Magi già nella Confraternita dell'Annunziata a Grana Monferrato e ora nella parrocchiale (deriva da una incisione di Jacob Matham ispirata a un disegno di Federico Zuccari: cfr. Arona sacra. 1977; Musei del Piemonte, Opere d'arte restaur., catal., Torino 1978, p. 148), l'eccellente Madonna con vari santi e la Trinità in S. Pietro a Villanova d'Asti, la Madonna e santi della Confraternita di S. Caterina in Montechiaro d'Asti (affini a queste tele, ma di qualità meno prestigiosa, sono il Sogno di Giuseppe in S. Michele a Casale Monferrato e la Madonna col Bambino, s. Agostino e altri santi nella parrocchiale di Castagnole Monferrato).

La presenza di s. Carlo Borromeo nella pala di Villanova d'Asti collocherebbe il dipinto a una data successiva al 1610 (anno della canonizzazione); saremmo quindi in un momento posteriore all'incontro torinese con Federico Zuccari e il Moncalvo, ambedue coinvolti nella Grande Galleria di Carlo Emanuele I. Resta però da spiegare la scarsa adesione del C. al manierismo zuccaresco, ormai nettamente riformato, mentre sembrerebbe nota e gradita al C. la produzione più aspramente caratterizzata di Cesare Nebbia. A questo punto non è da escludere che il C. abbia collaborato con lo Zuccari e appunto il Nebbia già nel grande salone del Collegio Borromeo a Pavia, negli anni 1603-05, e di lì sia iniziato un definitivo assestamento stilistico che la breve attività torinese non ebbe modo di modificare in profondità. L'ipotesi è resa tanto più verosimile dal parallelismo di esiti stilistici tra il C. e due pittori pavesi del tempo G. B. Tassinari e G. F. Romani.

Rimane ancora aperto il problema della fase tarda del C., tra il 1631 e il 1653, entro la quale devono essere necessariamente inseriti alcuni disegni, stilisticamente omogenei tra loro, conservati nella Bibl. reale di Torino (A. Bertini, I disegni italiani della Biblioteca reale di Torino, Roma 1958, pp. 25 s., nn. 123-129), due dei quali (nn. 126 e 128) portano la scritta antica "Giov. da Trino" (altri fogli, pur accettati dal Bertini, sono certamente da escludere: in particolare il n. 131 è sicuramente del Moncalvo). In questa serie di prove grafiche sembra raddolcirsi la tensione caricaturale che caratterizza i due disegni del 1619 e del 1624, mentre prevale una maggiore disponibilità a un segno più controllato e regolare, oltre a un più misurato bilanciamento compositivo (forse non fu estraneo un intenzionale confronto con il Moncalvo e con le sue curatissime pale tarde). Appartiene verosimilmente agli stessi anni dei disegni una imponente serie di dipinti, strettamente connessi tra loro, che arreda la maggior parte degli altari nella navata laterale destra del duomo di Chieri. Partendo dall'ingresso dovrebbero spettare al C. l'Incredulità di s. Tommaso (2° altare), la Natività (3° altare), l'Assunta con i ss. Lorenzo e Martino (7° altare), la Resurrezione con i ss. Francesco ed Agata (8° altare). È purtroppo andata perduta la paia del 40 altare, con S.Carlo Borromeo e la Vergine (forse ancora del C.), mentre è da escludere dal corpus di questo pittore la Visitazione del 6° altare, attribuibile con buona sicurezza a Robert Levoyer. Purtroppo le infelici condizioni in cui si trovano attualmente le pale chieresi consentono un margine troppo largo di opinabilità per una sicura datazione su base stilistica. Si può ipotizzare una comune datazione dopo il 1630 ma prima del '46,anno della visita dell'arcivescovo G. C. Bergera di Cavellerleonequando risultano in loco (Torino, Arch. arcivesc.: ms. 7.1. 13, cc. 16-19; non risulta la Resurrezione che dovette essere eseguita subito dopo).

Più leggibile, e da collocare molto avanti nella carriera del C., è una teletta ora conservata presso il municipio di Chieri, ma proveniente dal locale seminario: raffigura la Gloria dei ss. Giuliano e Basilissa e fu sicuramente eseguita a Chieri in quanto ricalca, nelle scenette in basso, una serie di sculture lignee cinquecentesche ora sull'altare del Carmine del duomo chierese. Modeste tracce del seguito del C. sono riconoscibili tanto a Trino che nel territorio chierese.

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